×

 Accademia di Belle Arti Venezia

Corso di

Pittura

Annualità | Triennio


Docente Watsoni Arthur Duff

Presentazione

Approccio didattico

Il mio insegnamento parte dal presupposto che non esista un modello di artista verso il quale accompagnare uno studente. Non mi interessa che il suo lavoro assomigli al mio, né che aderisca a un linguaggio, a un medium o a un'idea prestabilita di pratica artistica. Il mio compito è piuttosto quello di creare le condizioni attraverso le quali ogni studente possa sviluppare gli strumenti necessari per interrogare, costruire e progressivamente assumersi la responsabilità del proprio lavoro.

Per questo motivo la tecnica non costituisce il punto di partenza del mio insegnamento. Non viene rifiutata: diventa necessaria quando il lavoro la richiede. Dipingere, disegnare, costruire, filmare, scrivere, programmare o acquisire una competenza specifica sono possibilità che emergono dalle necessità della ricerca. Prima della tecnica vengono la capacità di porre domande, prendere decisioni e osservare attentamente ciò che quelle decisioni producono.

Una parte importante del percorso consiste quindi nell'imparare a lavorare in condizioni di incertezza. Soprattutto all'inizio, cerco di non risolvere immediatamente il disorientamento dello studente. Non sapere cosa fare, non riconoscere ancora ciò che sta emergendo, o scoprire che un lavoro produce qualcosa di diverso da ciò che si intendeva comunicare possono diventare condizioni estremamente produttive. L'intenzione dell'artista partecipa alla costruzione del significato, ma non lo determina completamente. Il significato può emergere attraverso il fare.

Questo implica anche un progressivo cambiamento nel modo in cui lo studente comprende la produzione di significato. Spesso si arriva in Accademia pensando al significato come qualcosa che nasce principalmente all'interno dell'esperienza individuale e che l'opera ha il compito di esprimere o comunicare. Non si tratta di negare questa dimensione personale, ma di renderla progressivamente più complessa. Nel momento in cui esiste, un'opera entra in relazione con materiali, linguaggi, altre opere, storie, spazi, istituzioni e persone. Queste relazioni non costituiscono semplicemente il contesto nel quale un significato già stabilito viene presentato: partecipano alla sua produzione.

Per questo considero fondamentale la dimensione sociale dell'Accademia. Il confronto con altri studenti e docenti, l'osservazione collettiva del lavoro, la condivisione dello spazio, la discussione e infine l'incontro con un pubblico permettono allo studente di passare progressivamente da una concezione prevalentemente contenuta e individuale del significato alla comprensione dell'opera come sistema relazionale di produzione di significato.

Questa dimensione è alla base anche di Giudecca II, il laboratorio condiviso nel quale insegno. Lo spazio è pensato come un ambiente permeabile, nel quale studenti, docenti e pratiche differenti possano incontrarsi. Preferisco pensare questa contaminazione come una forma di impollinazione: qualcosa passa da una pratica all'altra senza che le differenze debbano scomparire. Imparare significa anche permettere che il proprio lavoro venga modificato dall'incontro con qualcosa che non avevamo previsto.

Il dialogo diventa quindi parte del fare. Attraverso momenti individuali e collettivi cerchiamo di sviluppare un linguaggio capace di osservare ciò che un lavoro sta facendo prima di stabilire ciò che dovrebbe significare. Guardare il lavoro degli altri, ascoltare, formulare domande, riconoscere le conseguenze delle proprie decisioni e permettere che una posizione venga modificata dall'incontro con un'altra pratica sono parte integrante della formazione.

Con il procedere degli anni, il mio ruolo cambia. Le condizioni che inizialmente stabilisco io vengono progressivamente costruite dallo studente; il mio intervento diventa più dialogico e collaborativo mentre aumentano la sua autonomia e la responsabilità nei confronti del proprio lavoro. Autonomia, in questo senso, non significa isolamento. Significa sviluppare una pratica sufficientemente solida e allo stesso tempo flessibile da poter entrare in relazione con altre persone, idee e contesti senza perdere la capacità di riconoscere le proprie necessità.

L'obiettivo ultimo di questo percorso è preparare lo studente ad affrontare la realtà di essere artista al di fuori dell'ambiente protetto dell'Accademia. Ritengo però fondamentale l'ordine attraverso il quale questa questione viene affrontata: prima viene il lavoro, poi la strategia. Conoscere i meccanismi del sistema dell'arte non può sostituire una metodologia solida, profonda e flessibile del fare. Al contrario, quando una pratica è sufficientemente strutturata, diventa possibile sviluppare strategie capaci di sostenerla nel mondo.

Per questo le questioni più direttamente professionali entrano nel mio insegnamento soprattutto nel Biennio, e sempre attraverso uno sguardo critico. Non esiste un unico modo di essere artista, così come non esiste un unico percorso attraverso il mondo dell'arte. Gallerie, istituzioni, spazi indipendenti, residenze, insegnamento, ricerca, collaborazioni, committenze e forme ancora da inventare possono costituire parti molto diverse di una vita artistica. La mia esperienza professionale ne rappresenta una possibilità, non un modello da replicare.

Il mio obiettivo è accompagnare progressivamente ogni studente verso una condizione nella quale possa prendere decisioni artistiche consapevoli, costruire le proprie condizioni di lavoro, riconoscere ciò che il lavoro produce oltre le proprie intenzioni e sviluppare gli strumenti attraverso i quali continuare a farlo autonomamente.

Seguo il loro lavoro; non sono loro a dover seguire il mio.

Programma

Pittura - Triennio

Il percorso del Triennio è orientato allo sviluppo progressivo di una pratica artistica autonoma, consapevole e capace di trasformarsi. Il corso non propone un linguaggio, un medium o un metodo formale da apprendere e riprodurre. La pittura costituisce uno dei possibili territori di lavoro, ma non ne definisce i confini: disegno, fotografia, video, scultura, installazione, performance, scrittura, tecnologie digitali e altre forme possono entrare nella pratica quando il lavoro le rende necessarie.

Il Primo Anno parte da una condizione di deliberata apertura. Molti studenti arrivano in Accademia con competenze tecniche, abitudini e idee già formate su cosa significhi fare arte. Il lavoro iniziale cerca di mettere temporaneamente in discussione queste certezze, non per cancellarle, ma per renderle disponibili a essere interrogate. Attraverso esercizi, vincoli, lavoro individuale e momenti di osservazione collettiva, lo studente viene progressivamente portato a prendere decisioni senza conoscere anticipatamente il loro risultato e a prestare attenzione a ciò che il lavoro produce oltre le proprie intenzioni.

Nel corso del Secondo e del Terzo Anno questa struttura si apre progressivamente. Le condizioni stabilite dal docente diminuiscono mentre aumenta la responsabilità dello studente nel formulare domande, individuare problemi e costruire le condizioni del proprio lavoro. Il rapporto didattico diventa sempre più dialogico: non si tratta di trovare una direzione assegnata dall'esterno, ma di riconoscere, mettere alla prova e approfondire le necessità che emergono dalla pratica.

Una parte fondamentale di questo processo avviene attraverso il confronto. Il lavoro viene discusso individualmente e collettivamente, prestando attenzione non soltanto a ciò che lo studente intende comunicare, ma alle relazioni che l'opera stabilisce con materiali, linguaggi, spazio, altre pratiche e altre persone. Progressivamente, il significato non viene più considerato soltanto come qualcosa da esprimere, ma come qualcosa che può essere prodotto e trasformato attraverso queste relazioni.

Il laboratorio di Giudecca II costituisce parte integrante di questa esperienza. Studenti di anni e corsi differenti lavorano nello stesso spazio e incontrano quotidianamente pratiche, posizioni e metodologie diverse. Questa condizione di impollinazione permette al lavoro individuale di svilupparsi all'interno di un ambiente condiviso senza richiedere uniformità.

Al termine del Triennio lo studente dovrebbe aver sviluppato non una formula riconoscibile da ripetere, ma una metodologia di lavoro: la capacità di iniziare e sostenere una ricerca, affrontare l'incertezza, riconoscere quando una competenza tecnica diventa necessaria, osservare criticamente le conseguenze delle proprie decisioni, articolare il proprio lavoro nel confronto con gli altri e modificare il proprio percorso quando il lavoro lo richiede.

L'obiettivo non è quindi arrivare alla conclusione del Triennio con una pratica definitivamente risolta. È arrivarci con gli strumenti necessari per continuare a costruirla autonomamente.